VILLA ADRIANA

VILLA ADRIANA. TIVOLI ROMA 118 -138 d.C. IL CANOPO, MARTE.

E’ un capolavoro che unisce in maniera unica le forme più alte di espressione delle culture dell’ANTICO MONDO MEDITERRANEO. Una meraviglia sempiterna di architettura e paesaggio.

La villa ha svolto un ruolo decisivo nella scoperta degli elementi dell’architettura classica da parte degli architetti del Rinascimento e del Barocco, influenzando architetti e paesaggisti del XIX e del XX secolo. Residenza reale voluta e progettata in tutta la sua magnificenza dallo stesso imperatore ADRIANO che volle riprodurre i luoghi e i monumenti che più lo avevano colpito durante i suoi viaggi. La magnificenza e l’ articolazione delle costruzioni rispecchiano le idee innovative dell’architettura romana e dello stesso imperatore; le riproduzioni adrianee vanno intese come vere e proprie suggestioni evocative.

Purtroppo depredato nel corso degli anni, (lo stesso Pirro Ligorio vi recupero’ oggetti e marmi per arredare villa D’Este di Tivoli, la Curia e gli Inglesi fecero il resto..) rimane ancora oggi un luogo pieno di richiami e ARCHETIPI, con le sue rovine, le spettacolari statue che ospitano con dignitosa maestà’ il giardino, il suo paesaggio e gli ulivi secolari continua ancora a suscitare un fascino meraviglioso di grande intensità.

Nel 1999 è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità Dall’UNESCO.

Ero adolescente ed ancora ignorante sul tema ma e’ stata una visita che, se pur inconsapevolmente, ha poi influito su tutte le scelte del mio percorso di studi e di vita : il liceo classico, l’architettura il paesaggio la natura la mia maternità’.

Estasiata e’ la parola giusta, dalle sculture che mi evocavano ricordi ancestrali di un passato di bellezza sublime, dal paesaggio riflesso nelle acque perfetto e mutevole, fisso e mobile a superare il suo confine e raggiungere l’infinito, e li mi sono sentita libera con la sensazione di essere invincibile, di avere il mondo a portata di mano, nulla mi sarebbe stato impossibile, potevo scegliere cosa fare e chi diventare .

“Thahit sua quenque voluptas (ognuno è attratto da ciò che gli piace): ciascuno la sua china; ciascuno il suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto più segreto, l’ideale più aperto..”, dal capolavoro di Marguerite Yourcenar “MEMORIE DI ADRIANO” che ci ha consegnato il ritratto di un imperatore che fu un uomo senza tempo, grande nello spirito, fragile nei sentimenti, illuminato nel decidere e costruire .

Chi scrive e racconta in prima persona è lo stesso imperatore Publio Elio Adriano ( 76-138 d.C) e il destinatario delle lettere è suo nipote adottivo e ultimo “princeps per adozione” Marco Aurelio, l’imperatore filosofo.

Adriano rimase orfano in giovane età, divenuto adolescente venne adottato dall’imperatore Traiano, così dopo la sua la morte, diventa sovrano di un territorio sconfinato che andava dalla fredda e nebbiosa Britannia all’Egitto passando per Spagna, Italia, Grecia e Asia Minore. Per il neonato princeps comincia un lungo regno ( 21 anni), durante il quale viaggiò per tutte le province, fondò città, eresse valli, restaurò monumenti, promulgò numerose riforme con l’obbiettivo di pacificare il suo impero e renderlo moderno ed efficiente.

E’ bellissimo il pensiero di Adriano sull’arte. Egli esalta ogni forma d’arte che si concentri intorno all’uomo. È l’uomo l’interesse principale di questo imperatore illuminato. “…La nostra arte ha preferito attenersi all’uomo. Noi soli abbiamo saputo mostrare in un corpo immobile la forza e l’agilità ch’esso cela; noi soli abbiamo fatto d’una fronte levigata l’equivalente d’un pensiero.”

Fonti: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, foto di Roberto Verolini.

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VILLA ADRIANA

LABIRINTO

 

1-IL GIARDINO MONUMENTALE DI VALSANZIBIO. VILLA BARBARIGO PIZZONI ARDEMANI. PADOVA. “La Perla dei Colli Eugenei”. 1696.

L’architetto e fontaniere principale fu l’architetto e ingegnere idraulico LUIGI BERNINI, fratello dello scultore GIAN LORENZO BERNINI, per conto della famiglia Barbarigo, in particolare del Cardinale Gregorio, Vescovo di Padova e futuro Santo, il quale volle che il giardino fosse monumentale emblema della via di perfezione che porta l’uomo dall’Errore alla Verità, dall’Ignoranza alla Rivelazione. Il giardino barocco è stato realizzato tra il 1665 e il 1696 è uno straordinario esempio di giardino simbolico esteso più di 10 ettari con 70 statue, fontane, giochi d’acqua, laghetti, ruscelli, cascate, peschiera, la Grotta Dell’eremita, l’isola dei conigli, il monumento al tempo e il meraviglioso labirinto realizzato con seimila piante di bosso secolari e mantenute intatte nel tempo.

Il giardino ha ottenuto il premio come il più bel giardino D’Italia e il terzo D’Europa.

Il LABIRINTO ha di per sé un fascino enorme e un richiamo mitologico, è un mirabile esempio di luogo non luogo, è un vero progetto architettonico complesso dal disegno minimalista.

E’ per me un richiamo affascinante che racchiude una molteplicità’ di suggestioni e che da tempo desideravo approfondire.

Il labirinto è un simbolo che ricorre con enorme frequenza nella storia dell’umanità. Esso è presente in culture, miti e religioni più disparate, ma anche nell’arte e nella filosofia.

La storia dei labirinti è complessa, intricata e affascinante, così come lo sono i percorsi che li strutturano. Essi compaiono in civiltà ed epoche diverse ed in luoghi lontani come il Perù, Creta, l’Egitto, l’India, la Grecia, la Cina, e l’Europa.. Lo studio dei possibili significati dei labirinti rappresenta un argomento estremamente attuale. Negli ultimi vent’anni, infatti, il simbolismo e le mitologie ad essi associati, hanno risvegliato l’interesse di ricercatori, antropologi, studiosi di comunicazione e psicologi.

Il labirinto è strettamente collegato al mito di Cnosso. Apollodoro, scrittore del I secolo a.C., ci descrive la storia di Teseo il quale, grazie alla complicità di Arianna, riesce a uccidere il terribile Minotauro (il mostro metà uomo e metà toro), nascosto al centro del dedalo di Cnosso, a Creta, e a trovare poi la via d’uscita.

Il labirinto può essere oggetto di numerose interpretazioni tutte valide e coerenti. Esso è dunque un ARCHETIPO molto importante nella storia umana e quello di Creta è solo il più famoso di una serie di labirinti che da sempre, benché sotto varie vesti e differenti aspetti, hanno accompagnato l’evoluzione dell’uomo. Nel mito greco il labirinto è una prigione da cui non si può fuggire, nell’Eneide nasconde l’entrata dell’Ade. L’arte tantrica vede nel labirinto l’aspetto mentale dello spirito. L’antico dedalo egizio, invece, rifletteva la struttura dell’universo. Gli Indiani d’America pensano che sia il passaggio da cui emersero ed entrarono nel mondo i loro antenati. In alcune regioni africane il labirinto ha la forma di una giostra strategica. Nell’isola di Malekula il dedalo è un gioco di abilità, e in India il kolam è una forma di buon auspicio. L’uomo medievale pensava che rappresentasse la via di un pellegrinaggio. In Cina il labirinto ha una funzione di difesa contro gli assalti del male. I vialetti davanti alle case sono sempre di forma sinuosa perché c’è la credenza che il drago del male può camminare solo dritto e quindi non percorre strade curve. In Corea un labirinto contiene e conserva il più antico testo buddhista. Per il buddhismo il labirinto è un’immagine del mandala: il processo mediante cui il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo esso consente una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente. Per la massoneria il dedalo è l’immagine della ricerca interiore; esso simboleggia la incessante ricerca della verità che prevede un cammino lungo, difficoltoso e generalmente solitario.

Il simbolo del labirinto, dunque, è polisemico; come il mito, è quasi una costellazione di significati, ed è piuttosto curioso che i maggiori scrittori del nostro tempo – Kafka, Joyce, Roussel, Borges, Calvino, Eco, e via dicendo. – abbiano riconosciuto nel dedalo un’immagine efficace per descrivere il mondo, ciascuno in una personale versione: un castello, la città di Dublino, un tribunale, un giardino segreto, una prigione, una biblioteca..

L’immagine rimanda nell’immediatezza ad un percorso intricato e difficile da superare, ma può rivestirsi anche di un fascino particolare se lo s’intende come sfida all’intelligenza umana, la quale a sua volta, si mette alla prova nel tentare di trovare una via d’uscita. Probabilmente il duello intellettuale non risiede nella volontà di vincere il coacervo di corridoi percorribili, ma nel semplice tentativo d’affrontarlo. La ricerca, quindi, è già di per sé la soluzione. Il dedalo, come si diceva poc’anzi, può assumere diverse accezioni: esso può rappresentare la sessualità, la difficoltà, l’inconoscibilità, e perfino la vita stessa. Ma senza dubbio, una delle interpretazioni più affascinanti vede il labirinto come teatro, circoscritto ma allo stesso tempo infinito, dove l’uomo tenta di trovare la retta via e lasciarsi alle spalle il peccato e più in generale il male.

Nel Medioevo si ritrova spesso e volentieri raffigurato sui pavimenti delle navate di alcune cattedrali gotiche. Così questa figura che fino a quell’epoca era stata un simbolo pagano per eccellenza, viene re-interpretata in senso cristiano; si trasforma nell’allegoria del percorso tortuoso che deve portare alla salvezza dell’anima. Tale labirinto viene denominato comunemente Nodo di Salomone presente in tutto il mondo. Si tratta di una serie di cerchi concentrici,interrotti in certi punti, in modo da formare un tragitto bizzarro ed inestricabile.

Esempi importanti di labirinti che ancora oggi si conservano, sono quelli di Chartres con un diametro di circa 12 metri e una lunghezza di 200 metri, e quello di Amiens, di forma ottagonale, considerati percorsi del pellegrinaggio in Oriente.

n Italia sono celebri quello si San Vitale a Ravenna, quello pavimentale di Santa Maria in Trastevere a Roma, quello posizionato verticalmente all’ingresso della cattedrale di Lucca.

2-LABIRINTO DELLA MASONE. FRANCO MARIA RICCI. FONTANELLATO, PARMA. 2015.

Ho scoperto da poco l’esistenza di un labirinto in foglie e sentieri, e dentro, o meglio dietro come artefice un personaggio noto: Franco Maria Ricci. Riporto di seguito uno stralcio di come lui stesso presenta descrive il perché’ del progetto di questo suo labirinto, figura del mito da cui anch’egli è stato attratto fortemente, tanto da comporne uno, in quel di Parma, città a cui lui dice di dovere molto e a cui lascia questa sua opera, questo suo sogno ormai fattosi vivo e nostro presente.

“..Forse è colpa dell’età, ma ormai penso al Labirinto di Bambù soprattutto come a un lascito – a un modo di restituire, a un lembo di Pianura Padana che comprende Parma, il suo contado e le città vicine, una parte almeno del molto che mi ha dato… Si tratta del più grande labirinto al mondo, almeno per ora, e anche una delle più vaste piantagioni di bambù, almeno in Europa.”

3-Sono affascinata da un altro celebre labirinto, che è una molteplicità rappresentativa di tale forma, ed è la sostanza dell’inviluppo di un libro per me magnifico: ORLANDO di VIRGINIA WOOLF. Riporto il video, della meravigliosa “scena del Labirinto”, nella elaborazione della regista SALLY POTTER.

Nel film e nel romanzo il susseguirsi degli avvenimenti, delle epoche storiche, del clima, degli amori e delle eta’ di Orlando rappresentano una serie di passaggi, di per sé, un labirinto in cui dall’agio, dal sole, si passa al gelo, la ricchezza della natura si fa diaframma di marmo anche se, chi è ricco, lo può prendere come un gioco. Sembra di vedere oggi: il quadro della morte, del freddo dell’indifferenza di chi è ricco e ancora vorrebbe di più, e si perde nel proprio minuscolo labirinto, girando attorno al perno di un sé sconosciuto, incapace di comprendere gli altri.

Il protagonista cade in lunghissimi sonni, dai quali si sveglia in un altro corpo, come se il salto spazio temporale, da una vita all’altra in cui ci versiamo, fosse il pozzo, dentro l’oblio che ci permette di essere ora questo ora quello e infine, Orlando è donna.

Nel romanzo s’intrecciano molti temi: la storia ma soprattutto l’idea che gli inglesi hanno del loro passato, quindi il tempo, l’immortalità, i ceti sociali e l’aristocrazia, ma anche tematiche che appartengono a ciascuno di noi, quali la sessualità e la distinzione tra sessi o l’androginia, tema alquanto irrisolto anche ai giorni nostri e motivo di atti di violenza e soprusi. Anche un altro tema, tipicamente letterario ma non meno legato alla personalità di ciascuno di noi e dell’autrice, costituisce le quinte del labirinto scenico di Orlando, libro e anche il film: la scoperta della scrittura e l’identità dell’essere che si attraversa nella molteplicità dei suoi io. Livelli di ferocia e indifferenza, di passione e freddezza si annodano e si percorrono in un continuo cambio di itinerario, dentro il medesimo labirinto che, da chi vede da fuori, come da quelle torrette da cui alcuni soggetti godevano lo sviluppo del gioco, è anche fonte di umorismo.

Virginia Woolf stessa, il 9 ottobre del 1927, a scrivere come ha percorso il suo labirinto interiore, nel percorrere l’ignoto delle trame, in una lettera a Vita Sakville West, la donna con la quale Virginia ebbe una relazione, e con la quale condivise sia la sua vita sia le sue idee più intime e profonde, anche relativamente alla sua scrittura. Scrive: “Ieri mattina ero disperata, non riuscivo a spremere una parola, alla fine mi sono presa la testa tra le mani, ho intinto la penna nell’inchiostro, e ho scritto queste parole quasi meccanicamente, sul foglio bianco: Orlando. Una biografia. Appena fatto questo, il mio corpo è stato invaso dall’estasi, la mia mente da idee.”

La Woolf tra le pagine di Orlando semina la difesa di un’idea che è alla base della trasformabilità che ognuno di noi ha, della metamorfosi che subiamo ogni attimo, a causa del labirinto delle passioni che ospitiamo in noi, un labirinto di sentieri e siepi che ci oscurano lo sguardo, ci affannano e ci tendono tranelli, senza mostrarci chi siamo in una sola volta.

Fonti: pinterest, instagram, host.uniroma3.it, cartesensibili

LABIRINTO

ETNA

Nella foto l’ ASTRACANTHA SICULA (Astragalo dell’Etna), pianta autoctona delle zone del vulcano e della SICILIA.

Non è soltanto il vulcano attivo più alto d’Europa, è il CUORE PULSANTE DEL MEDITERRANEO vecchio di circa 500.000 anni, il sangue rosso che lo alimenta, la sua forza, la sua crescita sono la testimonianza che il nostro pianeta è vivo, si perché il “mongibeddu” o “a muntagna” racchiude in sé la forza vitale della terra alla quale dobbiamo un’intera esistenza. Il paesaggio cambia in continuazione a causa delle continue mutazioni sequenziali delle colate laviche. Alle pendici distese di agrumeti e fichi d’india, più su olivi, vigneti, mandorli, a ovest fantastici boschi di querce, castagni, noccioli e pistacchi. In sommità regna la ginestra che in primavera tinge tutto di giallo. La fauna vive indisturbata e libera. “tutto ciò che la natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna, e l’Etna non si può paragonare a nulla”. Domenique Vivand Devon. È patrimonio naturale dell’umanità.

ETNA